LE SCHIENE DI SCHIELE
“ABBIATE FEDE”
Il secondo album della band torinese
esce il 6 novembre per EDAC Music Group
(etichetta: EDAC Music Group, distribuzione: Believe)
| Le prime date annunciate: 12 novembre – “Release” – Torino, Magazzino sul Po4 dicembre – Milano – Germi 6 dicembre – Alessandria – L’Officina19 dicembre – Como – Joshua Club |
| “abbiate fede” è frizione, un imperativo rivolto a un futuro nel quale non è più possibile credere, ed è il titolo del secondo album de Le schiene di Schiele, in uscita venerdì 6 novembre per EDAC Music Group, con la produzione artistica di Davide Lasala (Si! Boom! Voilà!). Un disco sull’impossibilità di stare al riparo: dopo “Danze della sfiga”, la band cresciuta tra Torino e la Valsusa non cerca un’evoluzione rassicurante, preferisce il cortocircuito. Dieci tracce, dieci mondi, dieci botte sui reni. Paradosso, sarcasmo e grottesco diventano strumenti di messa a fuoco. La realtà viene portata oltre il limite per rivelarne l’assurdità. Non è cronaca, non è dichiarazione politica. Ci sono la solitudine, il desiderio di riscatto, gli amori persi e ritrovati per caso, ma anche la repressione, il potere, la trasformazione dello spazio privato e urbano, la violenza normalizzata e la progressiva riduzione della realtà a superficie calpestabile. Parla di guerra, di soprusi e di resistenza attraverso la metafora dell’iperbole e il parossismo musicale. È una prova di forza e di resistenza, di fiducia e di crescita. Anche il suono procede nella stessa direzione: fisico, diretto, costruito attorno a chitarre, basso, batteria, voce, rumore e distorsione. Il post-punk è il punto di partenza, non il recinto: attorno si muovono rock alternativo, noise e aperture con una particolare attenzione alla dinamica. Il disco non è costruito per saturare ogni spazio: l’esplosione funziona perché prima o dopo esiste qualcosa che la rende necessaria. Le pause non interrompono la tensione: la accumulano. Le aperture melodiche non addolciscono il disco, ma ne aumentano la profondità. È una scrittura pensata con il corpo. Link pre-save: https://bfan.link/abbiate-fede Spiega il gruppo: “È un disco pieno di tensione perché noi stessi eravamo dei fasci di nervi mentre lo registravamo: avevamo le idee e sentivamo che il momento per concretizzare un disco era un tassativo “ora o mai più”. Non abbiamo foto o video di quei giorni. Sono stati un sogno febbrile di tempi tiratissimi, pieni di delirio, con la costante sensazione che tutto quanto stesse per crollare: le canzoni, i cervelli, i corpi.È stata l’urgenza più pura che abbiamo mai sperimentato come musicisti. Un disco consumato prima ancora di essere registrato, la risposta violenta alla paura di non avere abbastanza tempo, a quel prurito che senti nelle mani perché hai bisogno di suonare un’idea che ti stai canticchiando in testa, ma sei a lavoro e la chitarra non è con te. L’abbiamo prodotto in pochi densissimi giorni, senza quasi mai essere tutti insieme contemporaneamente, registrando provini e muovendoci sinuosi negli incastri del poco tempo libero che ciascuno di noi aveva. “abbiate fede” è un atto d’amore, una cartolina che ci siamo spediti e che ci arriva a casa oggi, carica di ricordi.” “abbiate fede” conserva quella qualità di imprevedibilità e di attrito che appartiene a una band quando il suono deve reggere il palco. La rabbia è forma ritmica, la precarietà accelerazione, l’ansia pressione. La tenerezza arriva quando meno te l’aspetti e, proprio per questo, pesa di più. In mezzo alla densità dell’album esistono infatti zone di vulnerabilità: la memoria di una persona amata, il desiderio di tornare, la nostalgia per qualcosa che non è più disponibile. Sono momenti nei quali la voce smette di combattere e lascia affiorare la domanda più difficile, quella che riguarda il bisogno dell’altro. “abbiate fede” è anche un disco sull’appartenenza: alla città, a una generazione, a una relazione, a una comunità. Le Torino che attraversano l’album sono molte: quella quotidiana e quella politica, quella degli incontri casuali e quella delle piazze, degli affetti e dei conflitti. Dieci tracce registrate come dieci variazioni di una stessa tensione: quanto possiamo ancora credere nelle cose mentre impariamo, ogni giorno, a dubitarne? L’album è stato anticipato dai singoli “come acqua in un tubo”, il 25 settembre, e “santo”, il 16 ottobre. TRACKLIST1. abbiate fede (focus track)2. eroe moderno 3. meglio dell’amore e del comunismo 4. come acqua in un tubo 5. anna torna a casa 6. estate a tel aviv 7. dannazione8. torino è un buco 9. santo 10. martire CREDITI DEL DISCOHanno suonato: Andrea De Marchi – batteriaDaniele Baldassarre – basso elettrico, basso acusticoGiacomo Scarcella – chitarra elettrica, coriFrancesco La Greca – voceDavide Lasala – cori, mandolino e arabic oud in “estate a tel aviv” e “eroe moderno”, tazzina di caffè in “abbiate fede” Produzione artistica: Davide LasalaRegistrato e mixato da: Davide Lasala e Andrea Fognini presso EDAC Studio https://www.instagram.com/ Etichetta: EDAC Music Group – https://www.instagram.com/ |
| LE SCHIENE DI SCHIELE | BIOGRAFIAInstagram: https://www.instagram.com/ Nel giugno del 2025 pubblicano per EDAC Music Group il primo album, “Danze della sfiga”, prodotto da Davide Lasala (Si! Boom! Voilà!, EDAC Studio). Un disco che mette a fuoco la capacità della band di bilanciare momenti grotteschi, rabbia e aperture melodiche. L’attività live nei club in giro per l’Italia diventa rapidamente il canale principale con cui il gruppo comunica e stringe un contatto diretto con chi li ascolta, forte della disinvoltura che li contraddistingue nelle esibizioni dal vivo. A distanza di un anno dall’esordio, il 6 novembre 2026 Le schiene di Schiele tornano con un nuovo disco, prodotto sempre da Davide Lasala, ulteriore passaggio nel loro percorso, che prosegue la ricerca verso un suono ancora più diretto, mettendo sul piatto nuove storie da raccontare. L’album è stato anticipato dai singoli “come acqua in un tubo” e “santo”. Youtube: https://www.youtube.com/@ |
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| LE SCHIENE DI SCHIELE PARLANO DEL DISCO TRACCIA PER TRACCIA 1. ABBIATE FEDEUn grido di disperazione, una promessa irrealizzabile. Nell’inesorabile mutare degli eventi, mi aggrappo ai pochi appigli a disposizione: Dio, l’amore, l’oroscopo, ma, lo ammetto, nemmeno gli astri hanno il potere di rassicurarmi. La mia generazione vive la minaccia di un futuro drammatico. Ogni cambiamento accelera l’inesorabile slavina degli eventi che porta al disastro preannunciato. Ogni occasione di cambiamento diventa una minaccia, ogni opportunità una trappola. “I tempi stanno per cambiare” oggi non è più vana e ottimistica retorica, bensì una maledizione che pende sul futuro. L’immobilismo è l’unica strada su cui mi senta al sicuro, perciò, agli auguri di tempi migliori rispondo: “Spero che rimanga tutto uguale”. Abbiate fede. 2. EROE MODERNOGli eroi del passato salvavano il mondo sacrificando se stessi. Oggi il paradigma si è invertito. Gli eroi sono coloro che riescono a salvare se stessi dal mondo che li circonda, e io volevo essere tra questi. Non farmi trascinare dalle facilonerie dei media, dagli allettanti inviti al tutto facile e subito, e invece mi trovo invischiato nella poltiglia della mediocrità, dei dialoghi vuoti e privi di passione di una società che non mi rappresenta, ma di cui faccio parte. Nessuno che dica mai niente che mi faccia battere il cuore. Sono cresciuto col sessismo in TV, camuffato da satira e da progresso sociale. Il Gabibbo, le veline, i primi piani sulle tette sono stati la mia prima educazione sessuale, e ciò mi ha privato dell’innocenza e della vitalità che derivano dalla scoperta. Sono talmente saturo da non fare più l’amore per paura di sudare. Tutta la colpa al berlusconismo, sia maledetto il berlusconismo! Mi sento masticato dalla vita, anzi, sputato. Ingrassato, seduto sul divano. Penso al passato e mi chiedo: “Ma quando è cominciato tutto questo?” 3. MEGLIO DELL’AMORE E DEL COMUNISMOLa morte, prima o poi, arriva, e io la aspetto come si aspetta il dolce a fine pasto. Ho fame di fine perché la morte fa miracoli. Al mio funerale sarò ricordato come la versione migliore di me, sarò finalmente al centro dell’attenzione. Mi verrà perdonato tutto e i miei cari si ricorderanno di avermi voluto bene. Non sarà una fine, ma un nuovo inizio. Sarà come calcare una seconda volta il proscenio del mondo, passando dalla porta sul retro. Una seconda possibilità da affrontare con stile, carisma e una punta di menefreghismo. In Francia direbbero elegantemente: “Je ne regrette rien”. Il mio cinismo spaventa, lo so. Qualcuno obietterebbe che la vita è una danza: basta sapere dove mettere i piedi e metterci dedizione. Ma se dovessi inciampare, non me lo perdonerei mai. Una fine inaspettata lascerà il giudizio sospeso. Promosso con il sei politico. Impossibilitato a fallire, meno male. 4. COME ACQUA IN UN TUBOTorino, gennaio 2026. Il centro sociale Askatasuna viene chiuso e sgomberato. Migliaia di persone si riversano per strada, la tensione è palpabile. Come acqua in un tubo, la brutalità schizza negli occhi dei presenti sotto forma di lacrimogeni, botte sui denti e bombe carta. È la guerriglia urbana. Quei giorni di protesta mi hanno profondamente segnato. Mi sono sentito dalla parte giusta della storia, in mezzo a coloro che volevano salvare uno dei pochi centri di aggregazione rimasti in città dalla voracità delle incubatrici per start-up e delle grandi catene di supermercati che spingono gli indigenti nelle periferie a suon di manganello, se serve. La reazione a catena che ha provocato gli scontri è parsa ineluttabile, una naturale conseguenza delle circostanze. Uno sguardo, un balzo e il resto è arrivato da sé. Non facevo che ripetermi: “Preparati allo scontro”. 5. ANNA, TORNA A CASA A volte, come un lampo, mi tornano in mente i ricordi di una giornata al mare. Io e Anna siamo sulla battigia, ci guardiamo negli occhi, mi sento colmo di gioia, poi arriva un’onda e ci butta a terra. Bagnati e spaventati, scoppiamo a ridere come due bambini. Anna era così: alternava vette di ilarità infantile, boccate di aria fresca per me, a profonde e dolorose cadute in abissi personali dai quali era difficile recuperarla. Quando la discesa iniziava, corrucciava le sopracciglia, i lineamenti si modificavano di colpo, non era più la stessa, si ammutoliva. A quel punto, io ripetevo sempre più insistentemente: “Anna, ti prego, parla”, fino a che dalla sua bocca non uscivano frasi enigmatiche, bagnate dalle lacrime, come: “Se la vita è un sogno, cosa succede quando mi sveglio?”. È da tempo che non vedo Anna, ricordo che, nonostante tutto, eravamo belli. In un’era nuova, magari, ci rincontreremo. 6. ESTATE A TEL AVIV Le macerie di Gaza sono sotto gli occhi di tutti. C’è chi le interpreta come l’apogeo della crudeltà dell’uomo, chi come un’interessante opportunità immobiliare. L’idea di costruire una Trump Gaza, avveniristica catena di resort a ridosso delle spiagge della Striscia, non è frutto di deliri di onnipotenza, come qualcuno auspica, bensì il frutto di una visione utilitaristica del mondo, trattato come risorsa da sfruttare fino a esaurimento scorte, costi quel che costi. L’unico modo che conosco per disarmare il cinismo dei futuri (forse attuali) investitori della futura meta turistica a stelle (di David) e strisce è l’ironia. Dunque, mi armo di paletta e secchiello e provo a immaginare cosa potrei provare a passare un’estate sulle macerie ricostruite di Gaza. Ogni immagine è squallida e grottesca. Si balla nell’acqua con i lanciarazzi in mano, ci si fotografa con le mani alzate mentre l’Iron Dome intercetta un altro missile a lungo raggio proveniente dal Libano. Forse era meglio starsene a Riccione. 7. DANNAZIONENon posso fare a meno di notare un enorme paradosso alla base della mia esistenza: sono un animale sociale, ma non posso né evitare che la società mi faccia del male, né evitare di ferire a mia volta il prossimo. L’altro è uno specchio su cui rifletto le mie insicurezze e le mie paure; per questo i miei rapporti sono sempre, almeno un po’, laceranti. Si arriva al parossismo, in cui, per me, l’amore è più doloroso del dolore stesso, poiché nasce da un’interazione. Che sia la vicinanza dei miei legami a creare dolore lo dimostra il fatto che, quando la distanza tra me e gli altri aumenta, inizio a sentirmi indifferente. L’altro giorno, ad esempio, guardavo in TV uno squallido programma Mediaset in cui una madre piangeva la morte del figlio: non ho provato niente. Mi convinco sempre più che la vita sia solo un paradosso e allora provo a scherzarci su, facendo lo scemo, cantando e ballando: “Urrà! Plié, Halluluja, casquè”. 8. TORINO È UN BUCOCon gli amici scherzo spesso su quanto Torino sia un buco. Ogni volta che esci di casa e passeggi per il centro, incontri inevitabilmente qualche viso familiare; con alcuni ti fermi volentieri a scambiare due parole, con altri passi oltre, facendo finta di nulla, perché le chiacchiere di circostanza non piacciono a nessuno. Può capitare non meno di rado di imbattersi in vecchie fiamme che credevi sopite da tempo, sentire una stretta allo stomaco, una piccola detonazione che riattiva meccanismi sepolti, e di colpo scoprire di essere ancora innamorato. Per anni ho girato per Torino sperando di incontrare la mia fiamma sopita e di suscitare in lei una scintilla di rinnovato amore per me. Per questo giro a vuoto, con futili pretesti, e quando torno a casa mi sento un idiota. Torino è un buco, ma non per noi. Nelle vie del centro, tra i mercati di quartiere, alle feste e ai concerti, mai una volta che mi sia capitato di scorgere la sua figura fatale, per me così familiare. Continua dunque il mio girare a vuoto. Mi sento così scemo. 9. SANTOUn santo è tale perché ha saputo addomesticare i suoi lati oscuri, non perché ne è privo. Ogni santo ha avuto un tempo in cui santo non era; la santità è un percorso, prima di tutto, di crescita interiore, solo dopo ci si può elevare a qualcosa che sta oltre l’umano. Se da un lato non esistono santi intrinsecamente buoni, dall’altro esistono numerosi esempi di pura “malasanità” nella storia millenaria della Chiesa. Senza scomodare la caccia alle streghe, basti ricordare la connivenza tra Chiesa e fascismo prima, e tra la stessa e le dittature in America del Sud poi. Per non parlare poi delle devastazioni culturali ad opera dei missionari nelle tribù indigene di mezzo mondo: secoli di storia spazzati via a colpi di Nuovo e Antico Testamento. Se io fossi santo, con quali demoni dovrei lottare? Quali sfide mi attenderebbero? Di una cosa sono certo: se fossi santo, non potrei tollerare il degrado della mia Chiesa; la raderei al suolo, come fece Dio con il tempio di Salomone. 10. MARTIREMi affascina la figura del martire. Dedicare una vita alla mia morte affinché sopravviva la causa in cui credo è un’idea così forte da ridurmi in lacrime. Eppure, a volte, mi chiedo se il martirio non sia puro ed egoistico spirito di sopravvivenza; un sacrificio volto a raggiungere uno stato di massima gratificazione temporale più che spirituale. A cosa siamo disposti per lasciare un segno indelebile nella storia? Mi chiedo se Panagulis, nella sua cella in Grecia, riuscisse a sopportare le sevizie dei suoi torturatori anche grazie a questa promessa di immortalità. Cosa pensava Aldo Moro nei suoi ultimi giorni di vita? Si sarà sentito affrancato dall’idea di dare il nome alle vie di mezza Italia? Mi chiedo poi se nella storia ci siano mai state competizioni tra i martiri. Si può essere più martiri di qualcun altro? Sulla base di cosa? Di quanto si è sofferto o di quanto è stata spettacolare la morte? O ancora sulla base del fatto che sia universalmente giusta la causa per cui si intraprende il martirio? Non ho nessuna risposta a riguardo, solo molti dubbi. Se ci fosse ancora Kissinger, gli scriverei una lettera per sentire il suo parere a riguardo: lui di martiri ne ha creati molti. |



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