Ri-Abitare il Sud Salento

“Ri-Abitare il Sud Salento: Un contributo per il futuro della Terra di Leuca” Biblioteca Comunale Gagliano del Capo (LE) 27/07/26


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Una risposta a “Ri-Abitare il Sud Salento”

  1. IL CAPO DI LEUCA NON HA PIÙ TEMPO DA PERDERE
    ALLA POLITICA LOCALE E ALLE OPPOZIZIONI RESPONSABILI

    La crisi climatica non è una distopia lontana confinata sulle vette himalayane, né una minaccia astratta da consegnare alle generazioni future. Ha già il volto della concretezza locale e assume forme radicalmente diverse a seconda dei territori. Se in Nepal lo scioglimento dei ghiacciai e le alluvioni improvvise impongono un’agenda di emergenza legata all’alta montagna, nel Capo di Leuca la crisi si manifesta in modo meno spettacolare, ma non per questo meno insidioso: caldo,aridità cronica, avanzamento della desertificazione, pressione sulle risorse idriche e intrusione salina nelle falde sotterranee.

    In questo lembo estremo di Puglia, dove la terra calcarea e i muretti a secco hanno costruito nei secoli un paesaggio riconoscibile in tutto il Mediterraneo, cambiamento climatico e pressione antropica rischiano di alimentarsi reciprocamente. L’impermeabilizzazione del suolo, la trasformazione delle coste, l’eccessivo emungimento delle risorse idriche e la particolare vulnerabilità del territorio carsico mettono progressivamente alla prova la capacità del Capo di Leuca di conservare acqua, suolo e abitabilità.

    Il problema, dunque, non è soltanto ciò che potrebbe accadere fra vent’anni. È ciò che dobbiamo decidere oggi perché fra vent’anni possa ancora essere possibile vivere bene in questo territorio.

    Il 2046 deve diventare, in questo senso, un orizzonte politico. Non una data nella quale verificare a posteriori i danni prodotti dall’inerzia, ma il termine entro cui misurare la qualità delle decisioni che prendiamo adesso.

    Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere affidata alla rassegnazione né alla ricerca della singola grande opera capace, da sola, di risolvere il problema. Serve una strategia sistemica che ripensi il rapporto tra uomo, territorio e risorse.

    L’idea di realizzare grandi serbatoi per la raccolta delle acque piovane può apparire intuitivamente efficace per affrontare la siccità estiva e ridurre il deflusso delle precipitazioni. Ma la particolare geologia carsica del Capo di Leuca impone valutazioni attente: la permeabilità e la conformazione del sottosuolo rendono la realizzazione di grandi bacini superficiali una soluzione da valutare caso per caso, sotto il profilo tecnico, economico, idrogeologico e paesaggistico.

    La vera sfida potrebbe allora essere un’altra: passare dalla logica della grande opera alla logica della rete diffusa.

    Il territorio possiede già una parte delle infrastrutture necessarie, nascoste nella propria storia. Le antiche cisterne ipogee, le cosiddette bottine, rappresentano una tecnologia tradizionale nata proprio per raccogliere e conservare l’acqua. Recuperarle, censirle e rimetterle in funzione significherebbe trasformare un patrimonio dimenticato in una moderna infrastruttura territoriale.

    Allo stesso modo, la difesa del suolo passa dalla manutenzione dei muretti a secco, dalla corretta gestione del deflusso delle acque, dall’ingegneria naturalistica e da una rigenerazione del paesaggio agricolo capace di privilegiare colture più resistenti alla siccità e pratiche agronomiche orientate alla conservazione della fertilità del suolo.

    Il Capo di Leuca non sarà necessariamente travolto da un evento catastrofico improvviso. Il rischio più concreto potrebbe essere molto più lento e, proprio per questo, più difficile da percepire: un territorio che perde progressivamente acqua, fertilità, popolazione, servizi e valore economico.

    È questa la forma della desertificazione che la politica dovrebbe cominciare a leggere.

    OGNI EDIFICIO PUÒ DIVENTARE UNA PICCOLA INFRASTRUTTURA IDRICA

    Una delle risposte più concrete potrebbe consistere nell’introdurre, nel rispetto delle competenze urbanistiche e della normativa regionale e nazionale, criteri di invarianza idraulica e micro-raccolta delle acque meteoriche per le nuove costruzioni e per gli interventi edilizi di maggiore entità.

    Invece di concentrare tutta la strategia sulla costruzione di grandi bacini, si potrebbe trasformare progressivamente ogni edificio in un piccolo sistema di raccolta e riutilizzo dell’acqua.

    Le nuove costruzioni e le ristrutturazioni più importanti potrebbero prevedere sistemi di accumulo, anche interrati, destinati a raccogliere l’acqua proveniente dalle coperture e dalle superfici impermeabili, secondo standard tecnici definiti dalla normativa.

    L’acqua raccolta potrebbe essere riutilizzata localmente per gli usi non potabili: irrigazione, scarichi dei servizi igienici, pulizia degli spazi esterni. In questo modo una parte dell’acqua meteorica verrebbe trattenuta e utilizzata anziché essere immediatamente allontanata dal sistema urbano.

    Parallelamente, Regione e Stato potrebbero sostenere programmi specifici per il censimento, il recupero e la messa in sicurezza delle cisterne ipogee storiche, trasformando un patrimonio disperso in una rete diffusa di piccoli sistemi di accumulo.

    Non milioni di metri cubi concentrati necessariamente in un unico luogo, dunque, ma una molteplicità di sistemi distribuiti sul territorio, capaci di ridurre la dispersione e aumentare la capacità locale di conservare la risorsa.

    È una concezione diversa dell’infrastruttura: non soltanto ciò che viene costruito ex novo, ma anche ciò che una comunità possiede già e ha dimenticato di saper utilizzare.

    LA DESERTIFICAZIONE NON È SOLTANTO AMBIENTALE

    Ma esiste un’altra desertificazione, altrettanto pericolosa: quella sociale e demografica.

    Un territorio può conservare il proprio paesaggio e contemporaneamente perdere la propria comunità. Case chiuse per gran parte dell’anno, seconde e terze abitazioni utilizzate soltanto occasionalmente, immobili ereditati e lasciati inutilizzati, abitazioni abbandonate da decenni perché gli eredi vivono stabilmente altrove o all’estero, negozi che scompaiono, servizi che arretrano e giovani costretti a trasferirsi producono una forma di desertificazione che non si misura soltanto attraverso i millimetri di pioggia.

    E qui emerge una delle grandi contraddizioni del Capo di Leuca: esiste un patrimonio abitativo che in parte rimane inutilizzato mentre contemporaneamente il territorio perde popolazione e diventa più difficile trovare abitazioni disponibili a condizioni sostenibili.

    Non tutte le case vuote, naturalmente, rappresentano la stessa situazione.

    C’è la seconda casa utilizzata durante l’estate. C’è la terza casa che rimane chiusa quasi tutto l’anno. C’è l’abitazione ricevuta in eredità da figli che vivono a centinaia o migliaia di chilometri di distanza. C’è la vecchia casa di famiglia che nessuno utilizza più e che lentamente si deteriora. E ci sono immobili che rimangono inutilizzati semplicemente perché gli eredi non riescono o non vogliono occuparsene.

    Mettere tutto questo patrimonio nella stessa categoria sarebbe un errore.

    Il primo passo, quindi, dovrebbe essere conoscerlo.

    Un censimento degli immobili inutilizzati dovrebbe cercare di capire quanti siano, quale sia il loro stato, se siano abitabili, chi ne abbia la proprietà, se si tratti di seconde o terze case, di immobili ereditati, di abitazioni abbandonate o semplicemente di proprietà i cui titolari risiedono stabilmente altrove.

    Solo dopo questa conoscenza si può costruire una politica seria.

    IL VALORE DELLA CASA DIPENDE ANCHE DAL VALORE DEL PAESE

    Ed è proprio qui che si trova, forse, l’argomento economico più forte per convincere il proprietario.

    Non chiedergli semplicemente di rinunciare a qualcosa per il bene della comunità, ma fargli comprendere che proteggere il paese significa proteggere anche il proprio patrimonio.

    Una casa vuota non è necessariamente un patrimonio fermo. Nel tempo può diventare un patrimonio che perde attrattività e può richiedere costi crescenti di manutenzione e riqualificazione. Ma il problema non riguarda soltanto l’edificio.

    Il valore di un immobile dipende anche dal territorio nel quale si trova.

    Una casa in un paese vivo, abitato tutto l’anno, con negozi, servizi sanitari, trasporti, attività economiche e relazioni sociali ha condizioni di attrattività diverse da una casa identica collocata in un paese progressivamente svuotato.

    Il valore della casa incorpora, in parte, il valore del paese che la circonda.

    Ed è qui che nasce il paradosso.

    Se molte abitazioni rimangono chiuse, diminuisce il numero delle persone che possono abitare stabilmente quei paesi. Diminuiscono i residenti, si indebolisce la domanda per negozi e servizi, alcune attività chiudono, i servizi diventano più difficili da mantenere e il territorio diventa meno attrattivo.

    Alla fine, anche il patrimonio immobiliare rischia di diventare vittima dello stesso processo di spopolamento.

    Per questo la politica dovrebbe smettere di considerare la casa vuota esclusivamente come una questione privata. La proprietà rimane privata, naturalmente, ma le conseguenze cumulative di migliaia di immobili inutilizzati diventano progressivamente una questione pubblica.

    Una casa chiusa per trent’anni appartiene al proprietario. Ma un centro storico che perde progressivamente abitanti, attività, servizi e sicurezza riguarda tutta la comunità.

    PERCHÉ LA POLITICA NON INTERVIENE?

    Qui emerge la domanda più difficile: perché, davanti a un problema così evidente, la politica locale sembra occuparsene poco o limitarsi a interventi frammentari?

    La risposta non può essere semplicemente che «non fa nulla». Il problema è più complesso.

    Innanzitutto, intervenire sul patrimonio immobiliare significa muoversi dentro un terreno delicato, nel quale il diritto di proprietà deve essere rispettato e qualsiasi politica pubblica deve trovare strumenti giuridicamente sostenibili.

    Poi c’è una questione politica. Il proprietario della casa è un elettore reale e immediatamente riconoscibile. Il giovane che potrebbe trasferirsi domani, la famiglia che potrebbe scegliere di vivere nel paese, il professionista che potrebbe arrivare da fuori sono invece una domanda politica ancora potenziale.

    È più facile amministrare l’equilibrio esistente che costruire quello futuro.

    C’è poi un altro problema: le case vuote non producono un’emergenza visibile.

    Una strada che crolla si vede. Un’alluvione si vede. Un incendio si vede. Una casa chiusa da vent’anni, invece, non fa rumore. Il suo deterioramento è lento. Lo spopolamento è lento. La perdita di un negozio è lenta. La scomparsa di un servizio è lenta.

    Quando gli effetti diventano evidenti, spesso il processo è già avanzato.

    La politica tende così a intervenire sull’emergenza, mentre la vera politica territoriale dovrebbe intervenire prima che l’emergenza si manifesti.

    Esiste infine un problema culturale. Per generazioni la casa è stata considerata soprattutto come bene familiare, risparmio, eredità, sicurezza. È una concezione comprensibile e profondamente radicata. Ma oggi rischia di non essere più sufficiente.

    Se migliaia di abitazioni rimangono inutilizzate mentre il paese perde popolazione, bisogna cominciare a chiedersi se quel patrimonio possa essere considerato soltanto una somma di proprietà individuali oppure anche una componente fondamentale della politica demografica ed economica del territorio.

    Questo non significa togliere la casa a qualcuno.

    Significa costruire condizioni affinché il proprietario abbia convenienza a riaprirla.

    PRIMA DELLA PENALIZZAZIONE, LA FIDUCIA

    Ed è qui che qualsiasi politica seria deve partire dalla sfiducia del proprietario.

    Perché una persona dovrebbe mettere la propria casa a disposizione di una famiglia che non conosce?

    Il timore della morosità, dei danni, delle controversie, della burocrazia e delle difficoltà nel recuperare l’immobile può essere sufficiente a convincere molti proprietari a lasciarlo chiuso.

    Per questo non basta dire: «Mettete le vostre case sul mercato».

    Bisogna costruire un sistema che renda questa scelta sicura, semplice e conveniente.

    Un’Agenzia sociale territoriale per l’abitare, eventualmente organizzata tra più Comuni, potrebbe svolgere proprio questa funzione: mettere in relazione proprietari e potenziali residenti, verificare le condizioni degli immobili, accompagnare la stipula dei contratti, fornire assistenza nella gestione e, attraverso un apposito fondo, offrire forme di garanzia entro limiti e condizioni chiaramente stabiliti.

    Il messaggio al proprietario dovrebbe essere completamente diverso da quello di un semplice obbligo:

    «Non ti chiediamo di rinunciare alla tua proprietà. Ti offriamo gli strumenti per rimetterla in circolo senza lasciarti solo davanti al rischio.»

    A quel punto anche gli incentivi potrebbero assumere un significato concreto.

    Chi ristruttura un immobile inutilizzato e lo destina per un periodo determinato alla residenza stabile potrebbe accedere, nei limiti delle competenze comunali e delle risorse disponibili, a forme di agevolazione, garanzia o sostegno alla riqualificazione.

    Lo stesso potrebbe valere per gli eredi che vivono lontano: non è realistico pensare che una persona residente stabilmente a Londra, Berlino, Milano o Torino torni necessariamente a vivere nella vecchia casa di famiglia nel Capo di Leuca.

    Ma è altrettanto sbagliato considerare inevitabile che quell’abitazione rimanga chiusa per altri trent’anni.

    L’amministrazione dovrebbe offrire una terza possibilità tra abbandonare l’immobile e venderlo: ristrutturarlo e affidarlo a un sistema territoriale capace di destinarlo alla residenza stabile, alla locazione sostenibile o, dove opportuno, ad altre funzioni utili alla comunità.

    La parola chiave, prima ancora dell’obbligo, dovrebbe essere fiducia.

    RIPOPOLARE SENZA SVENDERE I PAESI

    Per invertire la desertificazione sociale e demografica del Sud Salento senza trasformare i suoi centri storici in semplici contenitori immobiliari per il turismo stagionale occorre cambiare il modo di utilizzare le leve economiche e fiscali disponibili.

    Gli incentivi pubblici per la ristrutturazione e le agevolazioni comunali potrebbero essere orientati, nei limiti consentiti dalla legge, verso la residenza effettiva e l’utilizzo stabile degli immobili, premiando chi contribuisce realmente alla vita dei paesi.

    La fiscalità locale potrebbe diventare uno strumento di politica territoriale. Le agevolazioni dovrebbero favorire, nei limiti delle competenze comunali, chi riporta attività economiche e servizi nei centri storici: botteghe artigiane, commercio di vicinato, servizi alla persona, presidi sanitari e nuove attività professionali.

    E soprattutto bisogna investire nei residenti permanenti.

    Internet veloce, servizi sanitari territoriali, trasporti integrati, servizi amministrativi efficienti e mobilità interna non sono elementi accessori.

    Sono infrastrutture necessarie per impedire che un paese diventi un luogo nel quale si viene soltanto durante l’estate.

    ANCHE IL PATRIMONIO HA BISOGNO DI ESSERE DIFESO

    Questa trasformazione non dovrebbe essere raccontata soltanto come una battaglia ambientale o sociale. Può e deve essere presentata anche come una politica di difesa del patrimonio economico.

    Chi possiede oggi una casa, una seconda casa, una terza casa o un’abitazione ereditata può avere l’impressione di possedere una ricchezza destinata naturalmente a conservarsi nel tempo.

    Ma non è necessariamente così.

    Un immobile richiede manutenzione. Deve adattarsi ai nuovi standard energetici e abitativi. Deve confrontarsi con un ambiente climatico più difficile e con costi di gestione che possono aumentare.

    E soprattutto dipende dal territorio nel quale si trova.

    Un paese che perde popolazione, servizi, attività economiche e attrattività può finire per indebolire anche il valore degli immobili che contiene.

    Anche la rendita turistica non costituisce necessariamente una garanzia permanente. Un modello fondato quasi esclusivamente sulla stagione estiva può diventare più fragile se aumentano i costi di gestione, cresce la pressione sulle risorse ambientali e contemporaneamente diminuiscono i servizi e i residenti.

    Per questo la difesa dell’ambiente e la difesa del valore immobiliare non devono essere presentate come interessi contrapposti.

    Un territorio più resiliente, più abitato, meglio servito e capace di conservare le proprie risorse contribuisce anche a mantenere l’attrattività del patrimonio privato.

    La vera operazione politica consiste allora nel trasformare la transizione da un sacrificio imposto ai proprietari in un investimento sulla loro stessa sicurezza patrimoniale.

    Non si tratta di punire chi possiede.

    Si tratta di fare in modo che il patrimonio privato contribuisca alla sopravvivenza del territorio che gli attribuisce valore.

    IL VERO ERRORE SAREBBE ASPETTARE L’EMERGENZA

    È qui che il discorso diventa necessariamente politico.

    Non basta denunciare la desertificazione, lamentare la scarsità d’acqua o chiedere ogni estate nuove risposte all’emergenza. Occorre costruire una politica territoriale capace di lavorare contemporaneamente sull’acqua, sul suolo, sulle abitazioni, sull’agricoltura, sui servizi, sull’energia e sulla demografia.

    Il Capo di Leuca non ha più tempo da perdere.

    Ha ancora una possibilità, ma quella possibilità si riduce ogni volta che una decisione viene rimandata.

    Il punto non è sapere oggi quale sarà esattamente il Capo di Leuca del 2046. Nessuno può prevedere ogni variabile. Il punto è decidere quale territorio vogliamo consegnare a quella data.

    Un territorio più povero d’acqua o più capace di conservarla?

    Più cementificato o più attento al suolo?

    Pieno di seconde e terze case utilizzate soltanto per poche settimane o abitato tutto l’anno?

    Con migliaia di abitazioni ereditate e abbandonate oppure con un patrimonio edilizio progressivamente recuperato?

    Dipendente da una stagione turistica sempre più fragile o capace di diversificare la propria economia?

    Con servizi progressivamente ridotti o con una rete territoriale pensata per i residenti?

    Il 2046 non è lontano. È già dentro le decisioni che prendiamo oggi.

    E quando arriverà, non potremo più attribuire al clima, alla demografia o al destino ciò che sarà stato, in larga parte, il risultato delle nostre scelte.

    Perché forse il Capo di Leuca non ha bisogno di costruire un altro territorio.

    Ha bisogno di rimettere in funzione quello che già possiede.

    La sua acqua, il suo suolo, le sue cisterne, i suoi muretti a secco, i suoi centri storici, le sue attività, i suoi servizi e soprattutto le sue case.

    Case che oggi possono sembrare soltanto proprietà private, ma che domani potrebbero rappresentare una delle risorse più importanti per impedire che il territorio si svuoti.

    Una casa chiusa da vent’anni è un immobile. Una casa riaperta è una possibilità.

    E un paese che riapre le proprie case può ancora riaprire il proprio futuro.

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